
Le porte fra alte nubi bianche si aprirono d'improvviso.
I cardini stridettero mentre i battenti di cui non si vedeva la sommità si muovevano lentamente.
Il pennacchio di nebbia che avvolgeva la sommità del monte ebbe un tremito, come scosso da una folata di vento impetuosa.
I cupi avvoltoi neri e le maestose aquile che di solito si dividevano i pendii del monte si alzarono in volo spaventati.
La bocca che si spalancò sulla sommità del monte era pronta ad ingoiare il visitatore.
Sembrava che un'emozione senza tempo si diffondesse per l'aria improvvisamente fattasi fremente. Ed era come se una forza incontrollabile le imprimesse una compressione soffocante.
Era come se l'energia che solitamente teneva l'atmosfera rarefatta attaccata alle pendici del monte avesse in un istante centuplicato la propria potenza.
Qualcosa di insondabile stava per accadere.
Qualcosa che apparteneva alla storia di tutti i tempi stava per manifestarsi.
Qualcosa che era stato già scritto nel libro della natura stava per rendersi manifesto.
Da quella bocca spalancata si dipartiva una lunga lingua tortuosa che univa la cavità che dava nella gola del monte alla pianura vasta e calma come un lago incantato.
E su quella lingua morbida e delicata come un tappeto di nuvole si muoveva lentamente un corpo dal passo dolente.
Con passo esitante quel corpo ferito compì l'eterno percorso che univa la piatta distesa della terra abitata dagli uomini alla sommità del monte più alto.
Era il passo di chi portava sulle spalle un peso insostenibile.
La schiena, piagata dalle sferzate di mille dolorose umiliazioni, era curva, come gravata da qualcosa di insopportabilmente doloroso.
Era un corpo esile, dai capelli ancora schiaffeggiati da quell'alito di vento improvvisamente sfuggito alle viscere del monte.
Il giovane che si approssimava a portare il passo oltre la soglia di quella nera voragine aveva la carnagione scura.
Aveva i segni di innumerevoli ferite sulla fronte, come di mille spine appuntite premute a forza sullo spazio largo che sovrastava gli occhi dolci e tristemente socchiusi.
Aveva la barba incolta, disordinata, le vesti stracciate, la pelle bruciata dal sole. Le mani erano piagate. Il costato spezzato da un'orrida ferita provocata dalla punta di un ferro da battaglia. I piedi trafitti da piaghe che ancora sanguinavano. La bocca arsa da una sete inappagata. Il respiro spezzato dall'intrusione della morte nelle vene immortali del Figlio del Dio.
Vi fu un momento in cui tutti gli esseri del creato stettero in spasmodica attesa che quell'ultimo passo venisse compiuto.
Il piede del giovane si poggiò sull'ombra provocata dalle grandi porte che ancora lentamente stavano richiudendosi .
L'ombra del capo reclinato da un lato era ancora appiattita sul fianco del monte appena al di fuori della soglia che delimitava l'ingresso a quell'antro senza tempo.
D'un tratto sparì del tutto. Era finito lo scorrere del tempo del dolore.
Il Figlio del Dio discese una ripida scala di gelido marmo nero.
E poi alzò al suo Padre gli occhi accecati dalle lacrime.
Quando gli sguardi si congiunsero, come si uniscono quelli di un amorevole Padre al cuore dell'unico amato Figlio, un lampo di luce saldò quell'istante di vita eterna.
Una musica di mille tonanti cascate si alzò a suggellare il suono del loro muto colloquio.
Il dolore che aveva scosso il copro terreno del giovane era impresso ancora nelle sue membra e nella sua anima.
Il dolore, che non era stato provocato dalla tortura cui era stato sottoposto quel copro di carne immortale, era il dolore delle ferite incurabili inferte alla sua bontà infinita.
Era emigrato dal più profondo Paradiso. Era stato inviato dal Padre.
Aveva viaggiato su un oceano sconfinato di acqua e di sabbia.
A bordo della sua esile mandorla di luce eterna aveva navigato incerto sulle correnti incontrollate dei sette mari della Terra.
Era stato mandato su quel piccolo pianeta pallido per cercare l'uomo, per fargli dono della bontà del Padre suo.
La sua Natura divina, la stessa Natura senza tempo ed incorruttibile di cui era formato il Padre suo, era stata infusa nel fango con cui erano stati impastati i primi uomini sul minuscolo pianeta disperso nell'immenso universo.
Era stato mandato a consolare i suoi fratelli che appesantiti dalle colpe della fragile esistenza umana sudavano ogni giorno sotto al sole della Terra.
Quando era arrivato nella città del tempio aveva cominciato a predicare.
Aveva cercato i suoi fratelli per consegnare loro quel dono così generoso.
Aveva sorriso a tutti coloro che lo avvicinavano ed aveva diviso il poco pane che portava con sè con i sacerdoti che avevano voluto interrogarlo.
Gli avevano fatto tante domande. E lui aveva sempre risposto con sincera devozione.
Gli avevano additato una croce di legno come simbolo della fede che l'uomo nutriva per il Dio di tutti i tempi.
Era salito, dopo l'Osanna del popolo e il discorso del console in tunica rossa, su quella strana croce posta sulla cima del basso colle morbido come una mammella.
Era stato bastonato, fustigato, lasciato senz'acqua e senza pane. Era stato venduto, rinnegato, condannato e sacrificato.
La missione era quasi compiuta.
Il sangue gocciolava dalle ferite che erano state aperte nelle sue tenere carni che non conoscevano la colpa.
Quando nelle sue vene non restò che l'aria secca del deserto e nella sua bocca altro che l'arsura della morte che decompone la materia, il suo corpo si staccò dal povero legno.
E la Croce restò nuda, allibita, attonita, schiacciata dal peso della solitudine della Vita che se ne va.
Anche il Figlio del Dio sentì un peso nel cuore. La solitudine della Vita che se ne va.
Era stato un viaggio breve, in quel mondo di povere creature senza speranza.
Era stato un viaggio in un mondo nel quale le creature non avevano saputo riconoscere il richiamo di quella parentela di sangue.
Adesso, con lo sguardo immerso in quello del Padre, pangeva.
Pensava alle povere creature perdute sotto il peso di quella solitudine che non avevano saputo sollevare.
Pensava che il prossimo viaggio doveva essere fatto per portare la Speranza a quel mondo senza luce.
Pensava che il suo sangue avrebbe potuto donare la vita a quel legno della Croce senza gemme infisso nella nuda terra del colle.
Pensava che quelle gemme miracolose avrebbero potuto ridare il sorriso alle creature disperate che popolavano la terra.